Date di scadenza

von Marian Schraube

Alle 17:42 e 30 secondi del 27 novembre il Senato della Repubblica ha deciso la decadenza del Senatore Silvio Berlusconi. Un passo necessario, ma solo il primo (*)

Per il periodo del suo operato l’opinione aveva riesumato  la nozione del “ventennio”. Non solo per il numero degli anni visibilmente trascorsi dalla sua “discesa in campo”, ma anche per analogia all’era del fascismo italiano. Ma è proprio vero, che con la decadenza di Silvio Berlusconi si concluda un’era, come ce lo suggeriscono in molti, non solo in Italia?

Già la descrizione dello status quo pone il problema della comprensione, di cosa sia questa Repubblica. La fine di un uomo molto potente segnerebbe l’inizio della terza del dopoguerra, come la fuga di Bettino Craxi avrebbe segnato la svolta dalla prima alla seconda. Che l’allora sottrazione alla giustizia fu l’atto più clamoroso al seguito di Mani Pulite e Tangentopoli, è fuori questione, come anche lo sfaldamento completo del paesaggio partitico, facendo scomparire praticamente tutti i gruppi responsabili della Costituzione del 22 dicembre 1947.

“Terza Repubblica” ante portas?

Senza dubbio una cesura quella negli anni 1990, ma solo nella riconoscibilità, forse estetica. Gli innumerevoli gruppi, le loro correnti ed i vari apparati da allora creati con nomi fantasiosi come “Forza Italia”, “Alleanza Nazionale” o “l’Ulivo” si sono sì prodotti ed hanno lanciato e poi cannibalizzato i loro leader. Nella sostanza però l’assetto, specie quello costituzionale è rimasto invariato sin dal 1947. Anche le modifiche della legge elettorale (1993 e 2005), addotte sub species per ragionare su di “un’altra repubblica” hanno lasciato intatta la tara dei poteri istituzionali, quindi il principio del loro rapporto di separazione e di controllo reciproco.

Negli ultimi vent’anni i tentativi di modificare tale assetto ci sono stati. Iniziando con la cd. riforma federale del 2001, che nella costruzione dell’Italia centralistica introduceva per la prima volta le regioni, le provincie ed i comuni quali partner parificati allo e non più semplici articolazioni dello Stato. Ma, come osserva giustamente Oskar Peterlini (“Evoluzione in senso federale e riforma costituzionale in Italia”), tale riforma non è compiuta, in quanto “non va a tangere tutta una serie di questioni essenziali per una vera riforma in senso federalista“.

Il tentativo fu rinnovato a partire del 2003 su pressione della Lega Nord (LN). Allora ancora di indole prettamente separatista, essa affermò nei confronti dell’esecutivo Berlusconi II il suo quid pro quo: Sostegno di un esecutivo ed del suo Presidente del Consiglio dei Ministri (già impantanato in guai giudiziari e a scapito dell’urlo primordiale di “Roma ladrona”) al prezzo di uniformarsi alle volontà di autonomia, specie delle regioni.

In effetti, la legge costituzionale poi varata in parlamento nel 2005 avrebbe avuto ripercussioni notevoli nell’assetto. Non solo introducendo dalla parte del potere legislativo una camera delle regioni a deroga della storica funzione del Senato, ma spostando in modo significativo i pesi tra parlamento ed esecutivo italiano, favorendo quest’ultimo sotto la guida di quello che poi sarebbe stato chiamato “Primo Ministro”. Vale la pena ricordare, che tale “dono dei Danai” venne rifiutato con referendum costituzionale del 2006. Opportunamente già per il mero fatto che l’unico vero strumento di coordinazione interregionale, ovvero l’istituzione di un fondo perequativo, era stato previamente spostato a data da destinarsi (dossier del Senato, giugno 2005, n. 756, pag. 108; testo).

La continuità, dovuta a contiguità

D’altra parte la continuità non potrebbe meglio essere resa evidente che tramite le parole citate da Marco Travaglio nel suo editorial per Il Fatto Quotidiano del 27 novembre (“Vent’anni di decadenza”). Con Indro Montanelli, che vent’anni fa diceva: “Se oggi in Italia saltasse fuori un altro Mussolini, avrebbe spazio libero. Ma abbiamo visto dove portano gli incantatori di masse.” Oppure un Giorgio Napolitano, allora presidente della Camera: “Possono anche entrare in campo nuovi soggetti dalla vita economica. Ma le istituzioni si facciano carico di garantire il massimo equilibrio nell’uso dei mezzi di informazione.”

Gli intimi motivi e le ragioni della presunta fine della prima e del sedicente inizio di una seconda Repubblica hanno quindi sopravvissuto. E non si cristallizzano esclusivamente nella persona di Silvio Berlusconi. L’imprenditore, che notoriamente si era lanciato nel 1994 per i debiti della Fininvest ed il ronzare sempre più intenso dei magistrati per le sue connessioni anche economiche con Bettino Craxi, aveva solo colta l’occasione di rendersi indispensabile.

Dando sostegno e introiti a politici oramai scavezzati tramite “Forza Italia”; trovando il suo tutto particolare patto con la Mafia, per il quale troviamo oggi un Marcello dell’Utri condannato a sette anni di reclusione (ancora non passati in giudicato); architettando e attivando un sistema generante ingenti fondi neri (a dire degli autori Biondani/Porcedda de “Il Cavaliere Nero”: in vent’anni 1,277 miliardi di Euro); rendendo con questi fondi stipendiato chi era utile o mettendo a tacere chi poteva diventare temibile; utilizzando il suo potere da oligarca mediatico per depoliticizzare il pubblico in modo da rimanere sullo schermo come unica figura di riferimento, che si sarebbe occupato di tutto per il bene di tutti.

Da qui nasce l’unica domanda interessante di questi vent’anni, che riguarda la cesura interna: quella circa l’emancipazione di un ex portaborse di origini piccolo-borghesi nei confronti delle persone e dei poteri che gli avevano gonfiato i conti omertosi con più di 500 miliardi di Lire tra il 1978 e il 1983. Come e quando si è prodotto il momento, che questo controllato è potuto diventare un controllore tanto potente da istaurare, senza trovare resistenze, sistemi clientelari ed in parte criminali, in cima ai quali -leggendo le varie sentenze penali indubbiamente- si è installato?

Non avversario politico, ma nemico

Non ci sarà risposta a questo quesito di fondo, che tutti i partecipi hanno le loro ragioni, anche solo di non leggerlo. Quando con “L’odore dei soldi” Travaglio/Veltri azzardarono di mettere a fuoco l’inizio delle fortune di Berlusconi, vennero quasi travolti da citazioni milionarie. Solo una giustizia indipendente, che ha sottolineato il giusto ruolo costituzionale del diritto di cronaca e della libertà d’espressione, ha garantito ai giornalisti  la possibilità di continuare a  scrivere liberamente e senza il fiato di inconcepibili debiti penali e/o economici sul collo.

Ma è questa logica che rimane e rimarrà: Di mettere con la faccia al muro l’avversario. Fino agli anni ’90 tramato con tessuti diplomatico-politici, i cui riferimenti erano la DC e l’immancabile “divo” Andreotti, il mezzo introdotto e assorbito dalla maggioranza in politica è quello della potenza economica allo stato puro. Difatti la fierezza dei parlamentari italiani, che sono in Europa tra i meglio retribuiti e sponsorizzati, è ineguagliabile. Dai vari protocolli giudiziari di telefonate intercorse si evince una stima nei confronti del Popolo, quindi dei da loro rappresentati, un disprezzo che supera persino quello di un Mussolini che voleva trattare l’asino con la carota ed il bastone. Anche questo lascito non trova la sua fine con un voto di decadenza.

Chi in vent’anni è stato educato politicamente, per quanto staffiere, conoscitore o apprendista, ha imparato a trattare il suo non come avversario politico e quindi persona interloquabile, ma come nemico capace di contendergli la pastoia. La retorica da guerra civile è diventata parte di una cultura politica, che sistematicamente ha ridotto la discussione ad rem ad atteggiamenti marziali; la spregevole forma ha soppiantato il più banale dei contenuti.

Uno sviluppo che non si limita a Roma. Quei consigli, che sarebbero dovuti diventare la base di una nuova Italia Federale, ad oggi si dimostrano essere con le loro “spese pazze” innumerevoli nuove bolle di componenda: acquisti di lusso, mangiare meglio, viaggi esotici quali spese di una rappresentazione, che è quella di simulare potere attraverso attributi. Di quanto sia fievole questa “cultura” lo si è potuto riscontrare sia a Roma che a Torino, dove i cattivi consigli sono arrivati alle mani.

Il M5S e le maggioranze, una percezione extraparlamentare

Non vi è da meravigliarsi quindi, che questo bistrattato Popolo abbia deciso di ricorrere alla legittima difesa: Di creare con Beppe Grillo ed il MoVimento (M5S) una cassa di risonanza, che risponda adeguatamente ad ogni vessazione, alla prepotenza dei signorotti e alla loro palese autocrazia.

Può essere un conforto rendersi conto che sono stati i voti di questi populisti, ancora in un senso costruttivo della parola, ad aver contribuito in modo decisivo alla decadenza di Berlusconi dal suo mandato senatoriale. Ringiovanendolo, queste donne e questi uomini hanno introdotto e fatto valere nel parlamento la necessaria visura extraparlamentare, tacciando i falsari che in questo moto hanno solo voluto vedere un errore ed i denigratori del “clownesco” in atti politici.

Il ritorno al lavoro per la res pubblica però rimarrà arduo, questo è il messaggio alla fine di quel 27 novembre. Circa un terzo dei Senatori hanno continuato a voler ammettere tra le proprie file un criminale con sentenza passata in giudicato, che non ha neanche iniziato a scontare la sua pena. E che con la sua frode fiscale, stando ai giudici grave e sistematica, ha danneggiato quella cosa pubblica, alla quale ha presieduto per otto anni in qualità di capo dell’esecutivo, per trarne cospiquo vantaggio personale.

La decisione del 27 infine è stata una di coscienza, ma controllata. Con il voto palese si è dovuto rendere conto individualmente sull’ovvietà del proprio ruolo istituzionale nella seconda camera legislativa – oltre ad un atto di dovuta autodepurazione anche uno di presa di coscienza. Molti, troppi non hanno risposto all’appello e non pochi saranno quelli, che avrebbero preferito il voto segreto per nascondere la propria assuefazione non tanto all’idea della cosa pubblica e neanche a quella partitica, quanto al richiamo “del capo” e dei suoi capobastone nelle varie filiere. Questo non è la fine di una repubblica per aprirne una nuova, ma solo la tentazione di coprire con un pietoso velo di falsa storicità le incapacità individuali e le falle sistemiche, tramandati e immutati dai primi giorni del dopoguerra.

Sulla via di un futuro tutto in salita è stato fatto solo un primo passo, insicuro e trascinando la gamba destra zoppa. Altre scadenze di questo genere saranno inevitabili. Troppo presto, persino, per parlare di virtù. MS

(*) Traduzione propria dell’articolo pubblicato e edito in tedesco il 27 novembre presso la presenza online del settimanale di Berlino der Freitag

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