Scontro delle Culture

von Marian Schraube

Barriere – Con sgomento ci rendiamo conto, di quanto siano vicini i limiti geografici a quelli nelle menti quando regna il rancore

Che squallore leggere Alessandro Sallusti, che in un editoriale su Il Giornale si occupa della catastrofe del volo 4U9525. In “Schettinen” l’eminente penna paragona l’ufficiale della GermanWings con il capitano della Costa Concordia, di recente condannato in primo grado per omicidio colposo plurimo ad una lunga pena detentiva.

Non solo la colpa di Andreas L. sarebbe ben più grave di quella di Schettino, avendo egli agito da “freddo e lucido assassino”. Sarebbe invece anche un riscatto nazionale nei confronti della Germania. “Der Spiegel, autorevole settimanale tedesco“, ci spiega Sallusti,  “nell’occasione [nota: dell’ incidente della Costia Concordia] aggredì e insultò tutti gli italiani «razza inferiore»”. Ed inizia a citare …

Anzi no: a tradurre, visto che l’articolo in questione di Jan Fleischhauer del 23 gennaio 2012, intitolato “Italienische Fahrerflucht” non è mai apparso in italiano. E qui inizia la storia, il plot, il twist, che non riguarda né italiani né tedeschi, bensì la responsabilità di uno che scrive sapendo di scrivere e di pubblicare il prodotto.

E inizierebbe con l’implicito dovere di informare il pubblico da che tipo di articolo sono tratte le citazioni. La rubrica settimanale di Fleischhauer è intitolata “Schwarzer Kanal” (canale nero) con chiaro ed inequivocabile riferimento satirico all’ omonima trasmissione della televisione di stato della ex-RDA. Famigerato per toni e contenuti, era il fiore dell’agitprop all’occhiello del Politburo di Berlino-Est. La versione di Fleischhauer è quella dell’umorismo nero, che stravolge la brutalità dell’allora conduttore televisivo Karl-Eduard von Schnitzler con la sottilezza di tematizzare proprio questi: i tabù dei tedeschi e della germanicità – un Franco “Bonvi” Bonvicini della parola, quando egli, con le Sturmtruppen, inventò anche il “fiero alleaten Galeazzo Musolesi”.

Da questa comprensione si evince, perché Sallusti abbia, più male che bene, tradotte o fatte tradurre le prime frasi dell’articolo di Fleischhauer, ma omesse quelle finali, che mettono in evidenza il contesto: “Talvolta ci vuole molto tempo prima che stereotipi inizino a logorarsi. Qualche volta è questione di generazioni.”

Stereotipi, tradotti in preconcetti

Gli stereotipi, che Fleischhauer da bravo giornalista ed autore ha colto dalle bocche di alcuni suoi connazionali, rivolgendoli al mittente e che si sommano, anche qui nel bene o nel male, in differenze culturali, sono appunto tali – guai a sopra- o sottovalutarli, specie quando entrano in politica. L’inverso funziona allo stesso modo: Chi attentamente ascolta le voci in circolazione in Italia nei confronti “dei tedeschi” troverà di tutto e di più, volendo anche per attaccare briga.

Conoscendolo, l’omissis del giornalista Sallusti ci fa comprendere, che la sua non è una replica ad un articolo, bensì la conferma del suo modus operandi che già gli è valsa una condanna penale per diffamazione a mezzo stampa. Anche nei confronti del magistrato torinese Cocilovo l’accurata scelta di una parte dei fatti occultando l’altra seguiva una precisa logica: Quella di distorcere la realtà per poter liberamente inveire.

Poco incide, che l’allora ambasciatore italiano a Berlino, Michele Valensise, in una lettera aperta e dovutamente pubblicata dallo SPIEGEL, aveva criticato l’articolo, “che mi meraviglia e mi irrita”. Qui non solo vale il diritto al malinteso, che tra toghe e immagine dell’Italia è stata chiave interpretativa politica, conosciuta in tutto il mondo per il suo dominus e ancora più per il suo animus auctoris. Ma vale sopratutto l’affermazione del diplomatico, purtroppo rimasto in Germania per soli tre anni, che l’Italia è “un paese … che incontra i pregiudizi con un sorriso e non tenta di improvvisare strani tribunali”.

Quello che irrita, non è tanto la farneticazione dell’arringa sallustiana, con la quale vorrebbe far dimenticare, come in passato e con sgomento molti italiani abbiano guardato al proprio paese “come ad una nave alla deriva”. Quello che rende triste non è il bistrattamento delle vittime ad uno scopo altrettanto spaventevole da parte di chi, volendo lasciare una traccia nella sua piccola biografia e le tante storielle annesse, aizza “tedeschi” e “italiani” rei di essere passeggeri sulle loro rispettive imbarcazioni battenti bandiere.  Questo nostro dolore lo riserviamo ai parenti, colleghi e ai genitori anche di Andreas L., tutti direttamente toccati da un gesto pazzesco.

Squallido è, che nel cuore delle culture nell’Europa del 2015 non venga celebrato l’incontro, capace di riunirsi anche in un lutto comune come succede a Digne-les-Bains, ma inteso e propagato come costrizione nell’immaginata inevitabilità di uno scontro. Chi come gli italiani all’estero e viceversa i tedeschi in Italia hanno il privilegio, oltre a quello di un lavoro, di conoscere da vicino le genti, capisce: Siamo accomunati dal desiderio di avere figli, una casa e di piantare un albero. Benché le vie per conseguirlo possano essere diverse per lingua, provenienza o indole personale, è sempre lì nonostante chi, da questa parte delle Alpi o dall’altra, scriva per la guerra, quindi per tutt’altra Cosa.

Confrontati con un testo, che fa capire, come ed in quale misura lo scriba sia mosso da un proprio conflitto, del tutto personale ma crescente a dismisura nel suo  “freddo e lucido” cinismo, ci domandiamo: A quando gli sarà concesso non tanto l’attenuante quanto il beneficio del dubbio di non saper intendere o volere? MS

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